venerdì 1 gennaio 2010


ANNO I , NUMERO I

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SOMMARIO

Roger Laporte Biografia

Philippe Lacoue-Labarthe Pianissimo

Jean-Luc Nancy La decostruzione del cristianesimo

Adonis Mondializzazione, transcreazione

Richard Burns Pour toi / Per te

Bazouges Jouanne

Edmons Jabès L’inferno di Dante

Raphaël Thierry Etude

Alain De Libera La vita nova o il libro dei morti fiorentini

Cesare Galimberti Di un Leopardi patrocinatore del circolo

Roger Laporte Mozart 1790

Mario Nicolao Mi lagnerò tacendo (Il silenzio di Rossini)

Glauber Rocha L’eztetycka del sogno

Raphaël Thierry Exercice de style

Jean Christophe Bailly Bianco su nero

Tomás Maia Parlatorio

Gabriele Gelatti La camera chiusa - Pompei

Jean-Paul Michel Meditatio italica

Lucien Hervé & Hans Ulrich Obrist
Anche qualche millimetro può bastare

Gianni D’Elia Il cielo italiano (Quasi una canzone)

304 pagine

chorus@nicolao.org

2 commenti:

IL BLOG DI CHORUS UNA COSTELLAZIONE ha detto...

GLI AUTORI

ADONIS(Alì Ahmed Said Esber) è nato a Kassabine (1930), in Siria. Ha esordito come poeta nel 1954 con La terra ha detto. Ha fondato nel 1956 la rivista « Shi’r » (Poesia) che ha radicalmente cambiato il panorama della poesia in lingua araba. Ha pubblicato nel 1961 I canti di Mihar il damasceno, seguito da altre raccolte fra cui Tombeau pour New York, Celebrazioni, Siggil. Tra i saggi Introduzione alla poetica araba (Marietti) e La preghiera e la spada (Guanda).

JEAN-CHRISTOPHE BAILLY scrittore chiave della letteratura francese attuale è anche un reputato autore teatrale. Ha fondato e diretto la rivista Alea. E’ stato lo storico direttore della collana 35 / 37 presso l’editore Hazan, nonché l’autore di decine di libri decisivi al confine tra diverse discipline: filosofia, narrativa, estetica e storia dell’arte. Ricordiamo il romanzo Description d’Olonne, il poema La basse continue, le monografie su Kurt Scwitters e Duchamp, e soprattutto L’apostrophe muette saggio sui ritratti del Fayoum.

BAZOUGES, nato a Parigi nel 1943, vive e dipinge in Provenza e nel Massicio Centrale.

RICHARD BURNS è nato a Londra in una famiglia di musicisti. Il padre, violoncellista e clarinettista, era di origine polacca. Burns non si considera tanto un poeta inglese quanto un poeta europeo di lingua inglese. Fra i suoi libri Avebury, tradotto in italiano da Roberto Sanesi, Black light, The Manager e Against Perfection.

GIANNI D'ELIA (1953) è nato e risiede a Pesaro. Ha fondato la rivista «Lengua» e ha esordito come poeta nel 1980 con Non per chi va (Savelli). Fra le raccolte successive, pubblicate da Einaudi, ricordiamo Segreta (1989), Notte privata (1993), Congedo della vecchia Olivetti (1996) e Sulla riva dell’epoca (2000). Per Einaudi ha tradotto Gide e Baudelaire, per le Edizioni di Barbablù un Taccuino francese di poeti simbolisti e surrealisti.

LAURA ERBER è nata a Rio de Janeiro nel 1979. ha studiato Letteratura a Rio de Janeiro e ha publicato nel 2002, in Brasile, Insones, la sua prima raccolta di poesie. Attualmente sta terminando il film « Diario do Sertao» al Centro di Studio Nazionale per le Arti Contemporanee Le Fresnoy, in Francia. E’ borsista in letteratura all’Akademie Schloss Solitude di Stoccarda.

CESARE GALIMBERTI è nato a Venezia nel 1928. E’ professore emerito di letteratura italiana dell’Università di Padova. Ha dedicato a Leopardi la maggior parte della sua vita e della sua attività di studioso. Da ricordare, fra tanti testi d’importanza capitale per gli studi leopardiani, l’introduzione e il commento alle Operette morali (Guida 1977, 1998), la postfazione e il commento ai Pensieri (Adelphi,1982), il saggio introduttivo a Poesie e prose nei « Meridiani » (Mondadori 1987), e l’illuminante Cose che non son cose di recente pubblicazione presso Marsilio (2001).

GABRIELE GELATTI nasce a Genova nel 1973. Fotografo, mostra un’attenzione particolare al tema del paesaggio e alla presenza in seno ad esso dell’uomo.Caro al maestro della fotografia italiana Mario Giacomelli, che gli ha dedicato due testi critici, e attualmente borsista dell’Accademia Americana di Roma.

LUCIEN HERVE' nasce nel 1910 a Vasarhely in Ungheria. Dopo gli studi di disegno a Vienna si stabilisce a Parigi nel 1929. Figura importante della resistenza è artista versatile che esercita con particolare facilità l’arte della fotografia. Il memorabile incontro con Le Corbusier lo porta a fotografare con frequenza l’architettura e si devono a lui, ritrattista di personaggi, paesaggi e architetture straordinari, alcune delle più belle immagine di Le Corbusier, Pier Luigi Nervi, Alvar Aalto, Oscar Niemeyer, Henry Matisse, Ferdinand Leger.

EDMOND JABES è nato al Cairo in Egitto nel 1912 ed è morto a Parigi nel 1991. Nel 1957 dovette lasciare l’Egitto e optò nel 1967 per la nazionalità francese. D’educazione francese incominciò a scrivere molto giovane e trovò in Max Jacob sin dal 1935 una guida. Vicino ai potei surrealisti decise per sua scelta di non entrare nel loro gruppo e pubblicò una volta in Francia i propri poemi e aforismi nel volume Je bâtis ma demeure.Tra le sue opere fondamentali ricordiamo altresì Le livre des interrogations , Récit , La Mémoire et la main.

PHILIPPE LACOUE-LABARTHE è nato a Bordeaux nel 1940. Filosofo e scrittore, insegna estetica e filosofia. Traduttore e curatore di alcuni dei volumi decisivi di Hölderlin e Nietzsche in francese e insieme a Jean-Luc Nancy della fondamentale antologia del Romanticismo tedesco L’absolu littéraire. Tra i molti libri che ha pubblicato segnaliamo La finzione del politico, Il mito nazi, Tipografia I e II, L’expérience de la poésie. Tra i più recenti Phrase.

ROGER LAPORTE (1925-2001). Maestro in ombra, scrittore dalla grande fortuna critica (si sono occupati del suo lavoro tra gli altri Barthes, Blanchot, Derrida, Foucault, Lacoue-Labarthe, Levinas, Nancy). Le sue opere fondamentali sono Une vie ed Etudes pubblicate in Francia con P.O.L. In Italiano si possono leggere Un’antologia, Giacometti o la rassomiglianza assoluta e Lettre à personne per i tipi San Marco dei Giustiniani nonché numerosi saggi e scritti sparsi sulle riviste Anterem e Trasparenze.

ALAIN DE LIBERA (1948). Filosofo e scrittore. Insegna Filosofia medioevale all’Università di Ginevra e viene riconosciuto come colui che ha cambiato, con il libro La philosophie médiévale, la prospettiva nella quale si studia la filosofia dell’epoca. E’ altresì direttore di Studi all’Ecole Pratique des Hautes Etudes à Paris. Traduttore in francese di alcuni dei testi principali della mistica tedesca e autore di alcuni preziosi commenti ai testi biblici è autore noto per numerosi libri e saggi, molti dei quali tradotti in Italiano.

TOMAS MAIA (Lisbona 1967). Scrittore e filosofo. Proviene da studi d'Arti Plastiche (Lisbona), Letteratura (Parigi) e Filosofia dell'arte (Strasburgo). Insegna attualmente alla facoltà di Belle Arti dell’Università di Lisbona. Segnaliamo sulla rivista Les cahiers intempestifs il testo La convocation.

JEAN-PAUL MICHEL E’ nato a Corrèze nel 1948.E’ autore di numerosi libri di poesia e saggi, che hanno ricevuto gli elogi della critica più attenta (Jean-Luc Nancy, Mathieu Benezet, Patrick Kéchichian) . E’ altresì il fondatore delle prestigiose edizioni William Blake & Co. di Bordeaux per le quali cura la scelta dei titoli e dei testi.

JEAN-LUC NANCY(Bordeaux, 1940). Filosofo. Ha insegnato Filosofia nelle università di Strasburgo, Berlino e San Diego, California. E’ autore di numerosi libri e saggi, molti tradotti in Italiano. Tra questi segnaliamo il più recente la pelle delle immagini, scritto a quttro mani con il filosofo italiano Federico Ferrari (Bollati Boringhieri).

MARIO NICOLAO(1940) ha pubblicato numerosi saggi e articoli,in particolare sull’opera di Adonis. Fra i libri La maschera di Rossini (Rizzoli 1990) e, con Vincenzo Consolo, Il viaggio di Odisseo (Bompiani 1999). Nel 2001 è uscita una raccolta di poesie intitolata Carte Perse (Edizione San Lorenzo).

HANS ULRICH OBRIST è nato nel Maggio 1968 a Zurigo (è solito dire scherzando: « buona data, ma città sbagliata »). Vive e viaggia tra Parigi e infinite città, rivendicando il mestiere di austellungsmacher . Ha scelto la concezione e realizzazione di mostre come proprio medium d’espressione. Responsabile della rivista Point d’ironie, ha creato decine e decine di mostre. Ricordiamo in particolare « Life Live » (Museo d’arte moderna della città di Parigi 1996), « Cities on the move » (Bordeaux, Vienna , Bangkok, New York 1997 - 1999) « Do It » (www.e-flux.com), Laboratorium (Anversa 1999).Lavora da anni a un progetto di interviste con i grandi nomi dell’arte e del sapere.

PEDRO RABELO ERBER è nato a Rio de Janeiro nel 1975. Proviene da studi di Filosofia (Rio de Janeiro e Friburgo). E’ stato visiting researcher all`Universita di Tokyo ed è attualmente dottorando in letteratura asiatica all`Universita di Cornell (USA).

GLAUBER ROCHA è nato a Vitoria da Conquista nello stato brasiliano di Bahia nel 1939 ed è morto a Rio de Janeiro nel 1981. Giovanissimo ha scritto per i giornali e per la radio. Dall’esperienza di critico cinematografico è passato alla cinepresa, diventando uno dei padri fondatori del Cinema novo. Ha lasciato attraverso il suo cinema e i suoi contributi teorici e letterari un segno indelebile nella cultura brasiliana e dell’America latina. Profondo innovatore, capace di sovvertire e portare al massimo splendore diversi generi è l’autore di film indimenticabili come Barravento, Deus e o Diabo na Terra do Sol, Terra em transe, Cancer, Antonio das Mortes. A idade da terra, suo film conclusivo, mal accolto all’inizio è una pietra miliare dell’arte moderna.

RAPHAEL THIERRY, pittore. è nato a Tunisi nel 1972. è cresciuto e mantiene il suo atelier a l’Isle sur la Sorgue, si è trasferito nel 1990 a Parigi dove ha seguito i suoi studi alla Scuola Superiore di Arti Grafiche Met de Penninghen, dalla quale è uscito con il titolo di major de Promotion nel 1994. Ha spesso messo il suo talento al servizio dell'edizione (come illu-stratore di libri per l’infanzia per esempio creando il personaggio di Superchien - Magnard Edizioni) e del design.

IL BLOG DI CHORUS UNA COSTELLAZIONE ha detto...

© Richard Burns

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POUR TOI

(‘Frayed Strands’)

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Presentation to the Conference / Forum

UNE POÉTIQUE MONDIALE DE LA POÉSIE?

La Bibliothèque nationale de France, Paris, 13th May 2002

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Extract from a

longer working paper / discussion document entitled

STEPS TOWARDS A UNIVERSAL POETICS


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Je est un autre.


L’autre qui est je s’appelle toi.


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It is a privilege and a pleasure to attend this conference on the condition and future of poetry, and I thank you, my hosts and hostesses, for your generosity and hospitality, and for the gift of your welcome here in Paris. The topics of hospitality, generosity and magnanimity, of the gift, the call and the welcome – in the contexts of poetry and poetics – are foremost among those I am most interested in addressing. However, in what follows, time-constraints mean that I can hardly do more than greet all these topics with a friendly wave. In the full version of this address, which should eventually be available on the conference website, I have explored them more fully.

The starting point for this conference is the extraordinary essay published by Michel Deguy in June 2001, De la poésie aujourd’hui. The wealth scattered through Deguy’s text is a wealth of fascinating and provocative questions. Reading it, if one is a poet, one almost has to take a step back, an intake of breath back, because what it says connects so accurately and so anxiously, so forcefully and so urgently, with much of what poets – at least in the west – are constantly occupied and preoccupied in thinking about. Here, I have time to present only one small part of my response – a response that is not an answer, but attempts to articulate more questions, find right ways of asking, and eventually risks offering the summary (or glimpse) of at least one hypothesis. Working notes, then, towards open discussion: tips of tips of icebergs . . .

Deguy is concerned not just with the theory and the practice of poetry but with the placement of poetry in (and into) the world: how it is disseminated, how it is received. I intend to postpone all questions of the latter sort, that is, those which might be interpreted as, broadly speaking, sociological or economic – about publishing, marketing, media, selling, and so on. Exploring these would be engaging and interesting but to focus entirely or even predominantly on them here would, I think, be for us to get our priorities wrong, miss the point of this conference. This is because Deguy’s challenge to us is to risk the formulation not just of a pragmatics of poetry but a theory of poetics – a universal poetics. This is also why I prefer to avoid the English terms global and globalisation. I prefer to turn to the older, more fertile and less emotively jangling term universal. Doesn’t doing this immediately jolt our positions from pragmatics right over into theory, to the quest for a universal poetics? And doesn’t a universal poetics need to be based on poetic universals? To search for and attempt to test and establish poetic universals, in order to formulate a universal poetics, then, is how I interpret Michel Deguy’s singular, extraordinary challenge.

In a number of Indo-European languages, we can distinguish between several quite distinct though overlapping uses of the word for ‘poetry’. First, there is the poetry that is constituted by-or-in-the-poem, by-or-in-the-work-of-art-in-words. Then there is the quality of poetry which resides not only in the poem, but by analogy and extension, apparently, anywhere outside it too. What interests me, here, in the attempt to shape an integrative theory of poetics, and to uncover or discover poetic universals, is the point of transition or line of demarcation between what is considered or claimed to be poetic or poetry, and what is not – regardless of whether this point or line is found within a poem or outside it. Within or without the poem, whenever this transition does happen, in the Augenblick (G. ‘moment’, literally ‘eye-glance’) of its occurrence, there is always, I think, a sense of opening-into-or-out-of: of uncovering, discovering, recovering, rediscovering; heuresis, anakalipsis, anagnorisis, epiphany; revelation, revealing, breath-taking, inspiration. So, in the following, relatively unrefined working notes towards a hypothesis for a universal poetics, what happens in this particular flittering, flickering, trickling, volatile Augenblick constitutes the total ‘zone’ that I most want to explore.

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My claim and my call is this: that the poem’s gift, the gift of the poem is for you. The poem’s call, the call of the poem (double genitive) is to you. To you and/or for you – over and above any other pronoun(s) or person(s).

I suggest that this dative to-you / for-you is no longer applicable to vous but has become inextricably, inevitably, irreducibly toi. Perhaps this was always so – or at least has been ever since Sappho. Perhaps ever since Gilgamesh. The you called by the poem, the you to whom the poem gives itself (soi même) and gives itself away, is by definition singular, intimate, and addressed individually and face-to-face.

I suggest that this applies even in the most regal speeches of, say, Racine, when character speaks to character as vous. Doesn’t the drama, the oeuvre, and the quality of poetry in and of the drama, in and of the oeuvre, address the toi in each member of the audience, each toi in the collective vous?

I suggest that in the act of the poem itself (soi même) in addressing itself (an act which constitutes not merely its purpose but its being), vous is only relevant or meaningful insofar as it is turned and re-turned, decoded and deciphered ‘back’ into each one of its uniquely individual and wholly singular toi’s. I suggest furthermore that if and when vous is addressed in or by the poem, the vous is constantly re-assessed (re-examined, re-vitalised, re-vised, re-constituted, re-assembled, etc.) in its re-call to the singularity of each of its toi’s.

Villon’s address to the “frères humains qui après nous vivez” is a case in point. It is the ironic finesse of the balance and the bittersweet poignancy of the contrast between the implicitly unending, continuously proud and impersonally unwavering line of the future vous frères, and the pathetic mortal finiteness of each individual fellow-suffering frère (toi – to whom I/you might now surely add lecteur and semblable), which injects the compassion, the power, the psyche, the duende into Villon’s ballade.

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As for the gender-centredness of frères and fraternité, I long too for women to be irrevocably and irreducibly included in this sense of fellowship, loss and belonging: soeurs humaines qui après nous vivez? Hypocrite lectrice, ma semblable, ma soeur? Why not? Do (would) these utterances have the same or similar force? I think they do (can, could, should). I think that, in responding to these lines, each reader or hearer becomes (is capable of becoming) either frère or soeur, perhaps even both frère and soeur. The other and the Other (l’autre and autrui) surely both possess and are possessed irreducibly by the mixed blessings of sexual identity and sexual (comm)union, of gendered alterity and togetherness, and of all that they all engender and trace – including the lineaments of gratified desire and including the communality, com-passion, sym-pathy, em-pathy, of simply being human. Je est un autre, je est une autre, et l’autre qui est je s’appelle toi.

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This dividing ‘back’ of vous into its toi’s constitutes a return and a restoration. The poem itself does (performs, accomplishes) this decoding, dividing, turning, re-turning, re-storing, re-calling (etc.) by the very act and fact of being a poem. By the poem’s being and doing this, it is clear that the exact opposite of a reductive process is taking place. Being magnanimous, the poem puts the human first. All other identities and group-identifications – sex, gender, ethnicity, nationality, citizenship, class, status, belief system, creed system, and so on – are subordinate, are sub-categorisations.

The toi is always and by definition called by the poem to, from, in and through the fullest humanness of the toi – that is to say, the highest and most exalted, and the deepest and most mysterious levels and layers (Herakleitan), and the greatest of dimensions (magna- as in magnanimity; veliko- as in Srb. velikodušnost, megalo- as in Grk. Μεγαλοψυχία) – especially and ‘above all’ within the tiniest and most unassuming, the most modest and most ‘ordinary’. These are the dimensions of Marlowe’s infinite riches in a little room and Blake’s world in a grain of sand.

Across the threshold of the Augenblick, if and when a connection is made successfully, the hitting of the mark is memorable and remains remarkable: frayed strands of that Augenblick’s touch – or of its ‘needle-like’ piercing through – get lodged in some corner of deep memory, and may reside there, stored for the remainder of life-time, always available for possible later recall, for twisting out, for teasing back, into presence.

The poem’s calling and calling out of the fullest humanness of the toi posits a totality, even an overabundance, of respect for the toi.

I (may) deliberately avoid exploring the word love here, simply because (I believe) it may be regarded as given (datum), but simply recall Shelley’s explanation of the integrality of poetry and love in The Defence of Poetry.

Wherever sexual and erotic longing finds expression or representation, poetry can never be far from the surface, far beneath the skin of things.

The poem’s calling and calling out of humanness also posit unquavering recognition and reconnaissance of the total, integral and rightful freedom of the toi. Whenever or wherever freedom is in question, or threatened, or at risk, poems and songs pour out. This is so well-known that it is taken more or less for granted and not thought much about or questioned. But this is not a cliché and the fact is worth examining.

And doesn’t the inevitably political nature of any poem begin here too?

This gifted freedom of the toi that is celebrated, blessed and upheld in any and every completed, perfected, born, freed poem is limited only (perhaps) by mortality.

Yet this freedom may even be conditional (predicated) upon mortality. And in any case, the poem’s call challenges mortality too. Poetry is gifted with the power to touch and cover everything conceivable or imaginable and in so doing intuit it or reveal it. This applies to all fields of knowledge, discourse and action. Shelley said all this too and much more besides in A Defence of Poetry, and there is no need to repeat it here. But in relation to mortality, and to anything to do with or reminiscent of mortality, poetry bears very special marks and privileges, wears special signs and is protected by special talismanic powers which allow it to ‘pass through’.

Every loss is a kind of death. And whenever loss of any kind is in question, poems and songs pour out too: elegies, laments, longings, nostalgias, celebrations, nihilistic or existential complaints, heroic defiances of death and affirmations of love, wisdom, joy and grace. I am not concerned at this moment with the intrinsic validity or truthfulness of their content but with the fact of their occurrence. And this fact of their occurrence is just as well known and, as a strand in the fabric of a universal poetics, is just as worth unpicking and following.

Might it not be said, then, that in directly addressing each toi in any collective or plural vous, the poem simultaneously re-engenders the vous in each toi, celebrating the capolavoro, the chef d’oeuvre, the piece-of-work, that is a human being?

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On this point, I should like to add that if, after rigorous scrutiny and testing, my hypothesis regarding the toi does turn out to have general validity in a universal theory of poetics, then it will throw out many knotty ramifications and implications for pragmatics too – some of which may even come up in discussion today.

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A universal poetics of course needs to serve us today and tomorrow and tomorrow and tomorrow and after-tomorrow.

It needs to be for now (pour maintenant), for hand-holding (pour main-tenant; pour tenir-la-main / tenir-dans-la-main), for heart’s keeping (pour tenir-au/en-coeur), for soul’s keeping (pour tenir-à/en-l’âme), for tomorrow (demain), and of-or-from-the-hand (de-la-main), for today and for all days and for always (pour aujourd’hui et pour tous les jours et pour toujours).

For the first time in our history, we are contemporaries of all mankind, wrote Octavio Paz. “All mankind” can scarcely not include the living and the unborn – and the dead? This toi who is ‘I’, who is the poem’s addressee clearly includes (incorporates, embodies) the unopened eyes of the unborn. Each response, which is a reading of the poem, and a new writing, happens in what Eliot calls an eternal present. It might equally well be called: an atemporal contemporaneity – even if that doesn’t sound quite so pretty.

And a universal poetics needs to serve us yesterday. It needs to address the dead as well as the living.

It’s painful and difficult, the living are not enough for me
First because they do not speak, and then
Because I have to ask the dead
In order to go on farther

I am happy to close here (to unend, to unfinish) with the voice of Seferis.

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For my other questions and arguments towards a universal poetics – on such themes as the gift and the call, hospitality and magnanimity, welcome and interruption – as well as my suggestions on pragmatics, I ask you to look at the entire text which will be posted on the Internet, from which this is a short extract: issues, quests and questions of longing; tissues, texts and textures of belonging.

Richard Burns, Cambridge, April 2002
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